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ALMAVIVA Comunicato (4-18)

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ALMAVIVA

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Mentre la vicenda giudiziaria contro i licenziamenti di Roma continua e si fa sempre più complessa, Almaviva prosegue imperterrita sulla propria strada di sovvertimento di tutte le regole. L’ultima trovata e la cessione del call center di Palermo ad una nuova società sempre controllata dall’azienda. A cosa serve questa mossa? A nulla se non creare i presupposti per riproporre (sarebbe meglio dire forse imporre) la prosecuzione di onerosissime condizioni economiche a danno dei lavoratori di Palermo.
Oggi più che mai si fa urgente dare una risposta collettiva alla domanda rimasta irrisolta dal dicembre 2016: come si riporta questa azienda a relazioni industriali civili? Come si rende ai lavoratori di Almaviva un clima sereno e condizioni di lavoro, economiche oltre che giuridiche, giuste? Come si sana la ferita della sede di Roma?

Purtroppo lo scorrere del tempo non fa che confermare quanto dicemmo già all’indomani dei licenziamenti di massa: quelle domande trovano risposta in una mobilitazione del settore. Non possiamo demandare alle singole sedi oggetto dei ricatti di Almaviva il compito di “resistere, resistere, resistere”. Così la fine è purtroppo nota. I singoli lavoratori, i loro rappresentanti non posso e non debbono essere lasciati soli davanti alla più semplice e, al contempo, la più violenta delle alternative: o così o fuori dall’azienda. Quanto avviene da mesi in Almaviva è figlio di una crisi aziendale ma anche di settore. Bisogna con urgenza riprendere i temi della piattaforma confederale sui call center che mandammo al Mise ormai diversi mesi fa. Il così detto “Protocollo Calenda” non ha inciso in alcun modo sulle delocalizzazioni e, più in generale, ha mostrato quanto sia fragile, se non inutile, l’appellarsi all’autoregolamentazione dei grossi committenti. Il mondo degli appalti, e quello dei call center non fa certo eccezione, ha bisogno di regole chiare e ferme se non lo si vuole lasciare in balia dei più forti (che per definizione sono sempre i committenti). Basta guardare cosa sta succedendo sempre in questi giorni con la commessa Poste Italiane in Ecare e nei call center che hanno assorbito i lavoratori ex Gepin che, schiacciati dall’assoluta inadeguatezza dei prezzi corrisposti dal committente, a pochi mesi dalla partenza già sono in evidente affanno. O quanto accade ai lavoratori di Cagliari, da anni impegnati su commessa Enel e costantemente “passati” da un fornitore ad un altro” che ad ogni “giro di giostra” comprime salari e diritti fino all’ultimo che li vuole espellere dal mondo lavorativo.
Proprio in questi giorni stiamo presentando la piattaforma unitaria confederale per il rinnovo del CCNL TLC. Ebbene non possiamo permetterci in alcun modo che ciò avvenga mentre migliaia di lavoratrici e lavoratori del settore vengono ancora una volta costretti a sacrifici iniqui ed inutili sotto la minaccia dell’ennesimo ricatto. Ne va anche dell’equilibrio complessivo e del clima col quale ci accingiamo a trattare un rinnovo di contratto che non sarà facile per le sfide di trasformazione e cambiamento che già oggi stanno attraversando il settore.

Roma, 12.04.2018

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